Vaccinazione antinfluenzale in azienda 2026-2027: cosa può fare il datore di lavoro e qual è il ruolo del medico competente
Ogni anno, tra ottobre e marzo, l'influenza stagionale svuota gli uffici e i reparti produttivi per qualche settimana. È un fenomeno talmente abituale che molte aziende lo mettono in conto come una voce fissa, alla pari delle ferie. Eppure è uno dei pochi problemi di salute dei lavoratori su cui esiste uno strumento di prevenzione semplice, poco costoso e disponibile da ottobre.
La campagna vaccinale 2026-2027 sta per partire e questa è la settimana in cui le aziende decidono se organizzare qualcosa oppure no. Vediamo che cosa dice la normativa, che cosa può fare concretamente il datore di lavoro, dove finisce la sua iniziativa e dove comincia il ruolo del medico competente.

Perché l'influenza riguarda anche l'azienda
L'influenza stagionale non figura tra le malattie professionali tabellate e nella grande maggioranza dei settori non è nemmeno un rischio lavorativo specifico. Rientra in quello che la medicina del lavoro chiama rischio generico: colpisce chi lavora esattamente come colpisce chiunque altro. Discorso diverso, e limitato ad alcuni contesti, è quello delle malattie infettive contratte in occasione di lavoro, che nella prassi INAIL vengono trattate come infortunio per causa virulenta.
Questo però non la rende irrilevante per un'impresa. L'influenza si concentra in poche settimane, quindi le assenze arrivano tutte insieme; si trasmette per via respiratoria in ambienti chiusi e affollati, che è la descrizione di quasi tutti i luoghi di lavoro; colpisce anche persone sane in età lavorativa. Pochi casi iniziali possono innescare una catena di assenze che si trascina per settimane, e per chi lavora su turni, su commessa o con organici ridotti questo è un problema di continuità operativa prima ancora che sanitario.
C'è poi una seconda ragione, più delicata. In alcuni contesti i lavoratori sono a contatto con persone fragili: strutture sanitarie e socio-sanitarie, case di riposo, assistenza domiciliare, servizi alla persona. Lì il tema non è solo proteggere il lavoratore, ma evitare che diventi un veicolo di contagio verso chi ha un rischio reale di complicanze.
La campagna 2026-2027: la cornice ministeriale
Le raccomandazioni nazionali sono contenute nella circolare del Ministero della Salute n. 5134 del 23 giugno 2026, "Prevenzione e controllo dell'influenza: raccomandazioni per la stagione 2026-2027". È un atto di indirizzo: orienta le campagne regionali e indica a chi la vaccinazione è raccomandata e offerta gratuitamente, mentre l'offerta concreta la definiscono le Regioni, che possono ampliare le categorie.
Quando parte la campagna
La circolare indica l'inizio della campagna a partire dall'inizio di ottobre, corrispondente alla quarantesima settimana dell'anno, e raccomanda di proseguire l'offerta per tutta la durata della stagione, anche a chi si presenta tardi. La protezione conferita dal vaccino si sviluppa in circa dieci-quindici giorni.
Sul momento migliore per vaccinarsi le indicazioni non sono univoche: alcune fonti istituzionali collocano il periodo ideale tra novembre e dicembre, altre invitano a non rinviare, considerando la protezione sufficientemente duratura. Anche il picco stagionale è variabile: negli ultimi anni si è collocato tra la seconda metà di dicembre e l'inizio di febbraio. Per un'azienda, tenuto conto dei tempi organizzativi, una finestra ragionevole è quella tra inizio ottobre e la prima metà di novembre: è una valutazione organizzativa, non un'indicazione ministeriale, ma lascia margine per i richiami interni e per chi è assente il giorno della seduta.
A chi è offerta gratuitamente
L'offerta gratuita del Servizio sanitario nazionale è rivolta in particolare a:
● le persone dai 60 anni in su;
● i bambini da 6 mesi a 6 anni;
● le donne in gravidanza e nel periodo successivo al parto;
● le persone di qualsiasi età con patologie croniche che aumentano il rischio di complicanze (respiratorie, cardiovascolari, metaboliche, renali, immunitarie, oncologiche);
● gli ospiti delle strutture residenziali e per lungodegenti;
● gli operatori sanitari e socio-assistenziali;
● i familiari e i contatti, adulti e bambini, di soggetti ad alto rischio;
● i donatori di sangue;
● i lavoratori addetti a servizi pubblici di primario interesse collettivo, tra cui forze dell'ordine e vigili del fuoco, e alcune categorie professionali a contatto con animali.
Al di fuori di questi gruppi la vaccinazione resta indicata e possibile per chiunque dai sei mesi di vita in su, ma a carico dell'interessato o di chi decide di offrirgliela. È lo spazio in cui si colloca l'iniziativa aziendale. Alcune Regioni ampliano però la gratuità nella seconda parte della stagione, anche in farmacia: conviene verificare che cosa è previsto in Veneto per il 2026-2027 prima di impostare la spesa.
Quali vaccini sono disponibili
L'AIFA ha comunicato il 16 settembre 2026 che per la stagione 2026-2027 sono nove i vaccini antinfluenzali autorizzati in Italia, con caratteristiche diverse per tecnologia di produzione e per fascia d'età di indicazione: preparati su uova e su colture cellulari, una formulazione adiuvata indicata dai 50 anni in su, una ad alto dosaggio indicata dai 60 anni in su e uno spray nasale indicato tra i 2 e i 18 anni. La composizione segue le indicazioni dell'Organizzazione mondiale della sanità per l'emisfero settentrionale, aggiornate ogni anno perché i virus influenzali cambiano.
Non tutti i vaccini autorizzati sono poi effettivamente disponibili ovunque: le Regioni acquistano i prodotti con proprie gare, quindi la scelta concreta dipende da che cosa la Regione e l'ULSS hanno a disposizione. Per un'azienda che si rivolge al mercato privato, la disponibilità dipende invece dal canale scelto e va verificata prima di annunciare l'iniziativa ai lavoratori.
Che cosa dice il Testo Unico sulla vaccinazione dei lavoratori
Qui serve una distinzione che viene spesso saltata e che invece è il cuore della questione.
L'art. 279 e il rischio biologico professionale
Quando l'esposizione ad agenti biologici è un rischio lavorativo vero e proprio, cioè quando l'agente fa parte del processo produttivo o dell'attività svolta, si applica il Titolo X del D.Lgs. 81/2008. In quel caso l'art. 279, comma 2, prevede che il datore di lavoro, su conforme parere del medico competente, adotti misure protettive particolari per quei lavoratori per i quali, anche per motivi sanitari individuali, si richiedono misure speciali di protezione, fra le quali la messa a disposizione di vaccini efficaci per quei lavoratori che non sono già immuni all'agente biologico presente nella lavorazione, da somministrare a cura del medico competente. Il fatto che la vaccinazione non costi nulla al lavoratore non discende dall'art. 279 ma dall'art. 15, comma 2, dello stesso decreto, secondo cui le misure di sicurezza, igiene e salute non devono in nessun caso comportare oneri finanziari a carico dei lavoratori.
È il quadro che si applica, per esempio, ai laboratori di microbiologia, ad alcune lavorazioni su rifiuti e reflui, a specifiche attività sanitarie. Resta comunque un atto sanitario che richiede il consenso della persona: non a caso lo stesso art. 279, al comma 5, impone al medico competente di informare i lavoratori sui vantaggi e sugli inconvenienti della vaccinazione.
L'influenza stagionale non rientra quasi mai in questo schema
Nella grande maggioranza delle imprese, l'influenza non è un rischio biologico professionale ai sensi del Titolo X. Non è l'attività lavorativa a esporre il lavoratore al virus in modo qualificato: il virus circola nella popolazione generale e il lavoratore lo incontra al lavoro come lo incontrerebbe sull'autobus o al supermercato. Va detto che in ambito sanitario, socio-sanitario e in alcuni servizi alla persona la questione è meno lineare e diversi documenti di indirizzo inquadrano l'esposizione in modo più stringente: è una zona grigia che va valutata caso per caso.
Da questo discende una conseguenza pratica importante: fuori dai casi in cui esiste un rischio professionale specifico, l'azienda non ha un obbligo di offrire la vaccinazione antinfluenzale, e non può imporla. Non esiste oggi un obbligo vaccinale antinfluenzale per i lavoratori, e il giudizio di idoneità alla mansione non è lo strumento corretto per gestire l'adesione o la mancata adesione a una vaccinazione raccomandata alla popolazione generale: un suo uso in questo senso è esposto a contestazione.
L'art. 25 e i programmi di promozione della salute
L'art. 25, comma 1, lettera a) del D.Lgs. 81/2008 prevede che il medico competente collabori inoltre all'attuazione e valorizzazione di programmi volontari di promozione della salute, secondo i principi della responsabilità sociale.
È una norma spesso trascurata e invece è proprio la base su cui si costruisce una campagna antinfluenzale aziendale ben fatta. Il medico competente non è chiamato a somministrare per obbligo: è chiamato a dare una cornice sanitaria seria a un'iniziativa che l'azienda decide di offrire, individuando i gruppi che ne trarrebbero più beneficio, informando i lavoratori, raccogliendo il consenso e gestendo la parte clinica e documentale. Chiamare le cose con il loro nome ha anche un effetto pratico: un'iniziativa presentata come opportunità ha adesioni più alte di una presentata come adempimento.
Organizzare la campagna in azienda: i passaggi concreti
La volontarietà e il consenso informato
Ogni vaccinazione richiede il consenso informato. Nel contesto aziendale il punto è delicato, perché il rapporto di lavoro è asimmetrico e il lavoratore può percepire una pressione anche quando nessuno intende esercitarla. Alcuni accorgimenti aiutano: comunicare per iscritto che l'adesione è libera e che la mancata adesione non ha conseguenze; evitare elenchi di aderenti visibili ai responsabili; far raccogliere il consenso dal personale sanitario e non dall'ufficio del personale; lasciare un tempo di riflessione tra l'informativa e la seduta.
La privacy e i dati sanitari
L'adesione o la non adesione alla campagna è un dato relativo alla salute. Il datore di lavoro non deve sapere chi si è vaccinato e chi no. Può legittimamente ricevere solo dati aggregati, per esempio il numero complessivo di dosi somministrate, utile per valutare l'iniziativa e programmarla l'anno successivo.
L'impostazione è coerente con l'art. 9 del GDPR e con l'orientamento del Garante privacy sui dati sanitari nel rapporto di lavoro. La documentazione individuale resta al medico. Solo per i lavoratori sottoposti a sorveglianza sanitaria esiste la cartella sanitaria e di rischio prevista dall'art. 25, comma 1, lettera c) del D.Lgs. 81/2008: per gli altri la registrazione segue le indicazioni regionali.
La registrazione della vaccinazione
È il punto operativo più trascurato. Una vaccinazione somministrata in azienda non è un fatto privato tra medico e lavoratore: va registrata nei sistemi informativi vaccinali, che alimentano l'Anagrafe nazionale vaccini istituita con il decreto ministeriale 17 settembre 2018.
Alcune Regioni sono intervenute in queste settimane con indicazioni dedicate: l'Emilia-Romagna, per esempio, ha diffuso per la stagione 2026-2027 una circolare con una sezione specifica sulla registrazione da parte dei medici competenti. Per il Veneto non risulta al momento un provvedimento analogo, quindi le modalità vanno concordate con il servizio competente.
Le procedure variano da Regione a Regione e dipendono dagli accessi informatici di cui il medico dispone. Prima di organizzare una seduta vaccinale conviene quindi verificare con l'ULSS quale procedura è prevista e chi la esegue materialmente.
Chi somministra, dove e con quali costi
Le strade praticabili sono sostanzialmente tre e non si escludono a vicenda:
1. Seduta vaccinale in azienda. Il vaccino viene acquistato dall'azienda sul canale privato e somministrato in sede da personale sanitario, in un locale idoneo, con la gestione della catena del freddo, dell'osservazione dopo la somministrazione, di norma quindici minuti, e delle eventuali reazioni. È la soluzione più comoda per i lavoratori e la più impegnativa sul piano organizzativo.
2. Convenzione con una struttura esterna. L'azienda copre il costo e i lavoratori si vaccinano in ambulatorio, con orari dedicati. Meno comodo, molto più semplice da gestire.
3. Informazione e facilitazione. L'azienda si limita a informare sulla campagna pubblica e a concedere permessi o flessibilità oraria per andare a vaccinarsi. È l'opzione a costo quasi zero, e spesso conviene a chi ha molto personale già rientrante nelle categorie con offerta gratuita.
Sul trattamento fiscale e contributivo delle somme spese dall'azienda il riferimento è l'art. 51, comma 2, lettera f) del TUIR, che riguarda le opere e i servizi con finalità, tra le altre, di assistenza sociale e sanitaria offerti alla generalità dei dipendenti o a categorie di dipendenti. È una materia che tocca il welfare aziendale e va impostata con il consulente del lavoro o il commercialista prima di avviare la spesa, non dopo.
Chi conviene vaccinare per primo
Se le risorse sono limitate, ha senso concentrare l'offerta dove il beneficio è più alto, sempre nel rispetto della volontarietà: chi lavora a contatto con persone fragili, anziani, bambini piccoli o pazienti; chi opera in reparti dove l'assenza contemporanea di poche persone blocca l'attività; chi lavora in ambienti chiusi molto affollati o con turnazione stretta; chi ha contatti frequenti con il pubblico. I lavoratori che rientrano già nelle categorie raccomandate per età o per condizione di salute vanno invece indirizzati al canale pubblico gratuito.
Questa ricognizione è esattamente il tipo di lavoro che il medico competente può fare bene, perché conosce le mansioni, gli ambienti e la distribuzione per età dell'organico.
Gli errori che si vedono più spesso
Trasformare l'offerta in una pressione. Anche solo l'elenco degli aderenti appeso in bacheca cambia la natura dell'iniziativa e la espone a contestazioni.
Usare il giudizio di idoneità come leva. Il giudizio riguarda l'idoneità alla mansione specifica in relazione ai rischi lavorativi, come stabilisce l'art. 41 del D.Lgs. 81/2008. Non è lo strumento adatto a gestire una vaccinazione raccomandata alla popolazione generale.
Muoversi troppo tardi. Negli ultimi anni il picco si è spesso anticipato rispetto al passato, quindi una campagna annunciata a metà dicembre rischia di arrivare fuori tempo e le adesioni crollano.
Dimenticare la registrazione. Vaccinazioni somministrate e mai registrate nei sistemi regionali non compaiono nella storia vaccinale del lavoratore e restano fuori dal calcolo delle coperture.
Confondere la campagna con la sorveglianza sanitaria. Sono due cose distinte, con basi giuridiche diverse. Tenerle separate anche nella comunicazione interna evita fraintendimenti.
Domande frequenti (FAQ) Il datore di lavoro può obbligare i dipendenti a fare il vaccino antinfluenzale?
No. Non esiste un obbligo di legge di vaccinazione antinfluenzale per i lavoratori e il datore di lavoro non può introdurlo per via contrattuale o organizzativa. L'adesione è volontaria e la mancata adesione non può avere conseguenze sul rapporto di lavoro.
Il vaccino antinfluenzale in azienda lo paga il datore di lavoro?
Solo se l'azienda decide di offrirlo. Fuori dai casi di rischio biologico professionale disciplinati dal Titolo X del D.Lgs. 81/2008 non c'è un obbligo di spesa a carico dell'impresa. Molti lavoratori rientrano comunque nelle categorie con offerta gratuita del Servizio sanitario nazionale.
Il medico competente può somministrare il vaccino antinfluenzale in azienda?
Sì, nell'ambito di un programma volontario di promozione della salute, con il consenso informato del lavoratore, in condizioni organizzative idonee e con la corretta registrazione nei sistemi vaccinali. Va concordato con l'azienda e verificato con l'ULSS per la parte procedurale.
Quando conviene vaccinarsi contro l'influenza?
Le raccomandazioni ministeriali indicano l'avvio delle campagne dall'inizio di ottobre e invitano a proseguire l'offerta per tutta la stagione. La protezione si sviluppa in circa dieci-quindici giorni. Per chi lavora, una finestra organizzativamente ragionevole è quella tra ottobre e la prima metà di novembre, tenuto conto che negli ultimi anni il picco si è collocato tra la seconda metà di dicembre e l'inizio di febbraio.
Il datore di lavoro può sapere chi si è vaccinato?
No. L'adesione è un dato sulla salute. Al datore di lavoro possono essere comunicati solo dati aggregati e anonimi, come il numero complessivo di dosi somministrate.
Il tempo impiegato per vaccinarsi in azienda è orario di lavoro?
Se la seduta si svolge in sede durante l'orario di lavoro, nella prassi il tempo viene considerato lavorato. Se invece il lavoratore si reca autonomamente in una struttura esterna, il trattamento dipende da quanto l'azienda stabilisce, per esempio con un permesso retribuito. Conviene chiarirlo nella comunicazione iniziale.
Un'azienda che offre il vaccino riduce davvero le assenze?
Gli studi sugli adulti sani in età lavorativa mostrano una riduzione dei casi di influenza confermata e, in misura minore, delle sindromi simil-influenzali. Sulle giornate di lavoro perse l'evidenza è più debole: la revisione sistematica Cochrane più citata non rileva una differenza significativa. È ragionevole attendersi una riduzione dei casi, non una riduzione garantita dell'assenteismo. L'entità del beneficio varia inoltre da stagione a stagione.
Serve una valutazione del rischio specifica per organizzare la campagna?
Non per l'iniziativa in sé, che è volontaria e non discende da un rischio professionale. Serve però una valutazione organizzativa: locali, personale sanitario, catena del freddo, consenso, privacy e smaltimento dei rifiuti sanitari.
Influenza e lavoro a Verona: come muoversi
In Veneto la campagna antinfluenzale parte di norma nella prima metà di ottobre e viene gestita sul territorio dai servizi vaccinali delle aziende ULSS, dai medici di medicina generale, dai pediatri di libera scelta e dalle farmacie aderenti. La data esatta di avvio per la stagione 2026-2027 va verificata sui canali regionali. Per la provincia di Verona il riferimento è l'AULSS 9 Scaligera, che copre l'intero territorio provinciale e pubblica ogni anno le proprie modalità di accesso e prenotazione.
Il tessuto produttivo veronese rende il tema più concreto che altrove. La logistica del Quadrante Europa lavora su turni continui, dove l'assenza di pochi addetti nello stesso giorno si sente immediatamente. L'agroalimentare e il vitivinicolo della Valpolicella, del Soave e della Bassa hanno squadre numerose che condividono spazi chiusi. Le strutture socio-sanitarie e le case di riposo della provincia hanno personale a contatto quotidiano con persone anziane e fragili. Il manifatturiero della Val d'Illasi e della zona di Legnago lavora spesso su commessa, con tempi di consegna che non si spostano perché mezzo reparto è a casa con la febbre.
Per un'azienda di Verona e provincia il percorso ragionevole è questo: parlarne adesso con il proprio medico competente, capire quanta parte dell'organico rientra già nell'offerta gratuita pubblica, decidere se e come coprire la parte restante, e verificare con l'ULSS le modalità di registrazione prima di fissare le date.
Per valutare l'opportunità di una campagna antinfluenzale aziendale, o anche solo per capire quali lavoratori conviene indirizzare al canale pubblico gratuito, lo studio del Dr. Giuliano Turrina, medico competente a Verona, è a disposizione per una valutazione preliminare e per l'impostazione operativa.





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