Indice dei contenuti
- Dalla “dedizione” alla distorsione: che cos’è davvero
- Il conto economico: più salato dell’assenteismo
- Le cause: non solo cultura aziendale
- Gli effetti sanitari: quando “tirare dritto” peggiora tutto
- I settori più esposti (e perché riguarda anche l’Italia)
- Misurare il fenomeno: dal questionario alla strategia
- Cosa funziona: le leve manageriali (e il ritorno sull’investimento)
- Perché parlarne ora
- In sintesi
Dalla “dedizione” alla distorsione: che cos’è davvero
Presenteismo significa presentarsi al lavoro pur non essendo in condizioni psicofisiche adeguate — e quindi rendere meno, sbagliare di più, allungare i tempi di guarigione e, in certi casi, contagiare i colleghi. Non è un fenomeno marginale: la letteratura più recente lo considera tra i principali comportamenti “anti-produttività” nei luoghi di lavoro a livello globale.

Il conto economico: più salato dell’assenteismo
Un’analisi dell’Institute for Public Policy Research (IPPR) ha stimato per il Regno Unito un costo annuo “nascosto” oltre 100 miliardi di sterline, dove la fetta maggiore non deriva dalle assenze, ma dalla produttività persa di chi lavora da malato: in media l’equivalente di 44 giorni lavorativi “bruciati” ogni anno per dipendente. Dati confermati e rilanciati anche da media e osservatori economici.
La fotografia è coerente con altre stime tematiche: per le infezioni respiratorie, il burden medio annuo per addetto (tra assenze e presenteismo) è stato quantificato in 852 £, con 4,1 giorni/anno di presenteismo e una riduzione media di produttività del 32% in quei giorni.
Le cause: non solo cultura aziendale
Le radici del presenteismo sono multiple.
- Pressioni economiche e carenze di tutele: sistemi di sick pay poco generosi e timore di ripercussioni incentivano la presenza pur in malattia.
- Organizzazione e clima: ambienti “lean” e obiettivi aggressivi spingono a non fermarsi; la pandemia ha aggravato stress e problemi di salute mentale, ampliando il fenomeno.
- Nuove condizioni di lavoro: ibrido e remoto hanno attenuato lo stigma dell’assenza ma reso più poroso il confine salute-lavoro, con rischio di “connettersi” anche da malati. Gli aggiornamenti 2025 alla metodologia INAIL per il rischio stress lavoro-correlato hanno proprio introdotto strumenti ad hoc per digitale e lavoro da remoto.
- Clima e ondate di calore: caldo estremo e microclimi gravosi aumentano affaticamento, errori e infortuni; chi resta operativo in condizioni non idonee alimenta presenteismo “termico”.
Gli effetti sanitari: quando “tirare dritto” peggiora tutto
La ricerca collega il presenteismo a:
- Rallentamento del recupero e cronicizzazione dei disturbi (fisici e psichici).
- Maggiore rischio di infortuni, incluse le cadute lavoro-correlate, con correlazioni significative fra presenteismo e incidenti.
- Calare di attenzione e performance per cause che vanno oltre la malattia “classica”: persino il post-sbornia è stato studiato come fattore di presenteismo, con deficit cognitivi misurabili.
- Comorbilità comportamentali: qualità del sonno, fumo e alcol sono associate a maggiore presenteismo in studi osservazionali.
I settori più esposti (e perché riguarda anche l’Italia)
Sanità, assistenza socio-sanitaria, servizi alla persona e mansioni ad alta interazione mostrano livelli elevati di presenteismo: personale che “tiene in piedi” i turni anche da malato, con costi economici e organizzativi documentati. Anche in Italia il fenomeno è riconosciuto come problema crescente.
Sul fronte delle policy, tra fine 2024 e inizio 2025 si sono mossi perimetri istituzionali: Piano integrato nazionale per salute e sicurezza, accordi in Conferenza Stato-Regioni e linee di indirizzo per promuovere salute nei luoghi pubblici di lavoro — tutti tasselli che favoriscono approcci preventivi anche ai rischi psicosociali che alimentano il presenteismo.
Misurare il fenomeno: dal questionario alla strategia
La misurazione è il primo passo per ridurre il presenteismo. Strumenti validati e metodologie aggiornate aiutano a far emergere il problema nei DVR:
- Questionari psicosociali e piattaforme INAIL: la metodologia 2025 integra dimensioni legate a digitale e remoto, utili per mappare pressione, carichi e conflitti ruolo-vita.
- Indicatori “deboli”: errori, rilavorazioni, near-miss, ticket IT fuori orario, log di connessione in malattia, straordinari “a intermittenza”. (Inferenza coerente con linee di benessere organizzativo e misure di produttività).
Cosa funziona: le leve manageriali (e il ritorno sull’investimento)
Le evidenze convergono su alcune misure ad alto impatto:
- Politiche di malattia eque e chiare, con comunicazione che non incentivi l’eroismo di chi “non molla mai”. Migliorare la copertura di malattia riduce presenteismo e costi a medio termine.
- Flessibilità “intelligente”: modulare turni, lavoro ibrido e rientri graduali post-malattia. Gli aggiornamenti INAIL facilitano la gestione dei rischi connessi al lavoro agile.
- Gestione del rischio climatico: piani caldo/freddo, pause, idratazione, DPI e riorganizzazione dei carichi nei picchi termici.
- Formazione capi linea su segnali precoci (stress, sleep loss, errori ripetuti) e cultura “safety first”.
- Programmi di salute e benessere basati su evidenze (sonno, attività fisica, dipendenze), con ROI positivo in produttività e retention.
Perché parlarne ora
Le pubblicazioni scientifiche del 2024–2025 hanno ampliato il focus: dal legame con la salute mentale post-pandemia alle mappature bibliometriche del tema, fino all’associazione con specifici esiti di infortunio. Il consenso è netto: il presenteismo non è “virtù lavorativa”, ma un moltiplicatore di costi e rischi.
In sintesi
- Il presenteismo costa più dell’assenteismo in molti contesti perché intacca a lungo la produttività e peggiora la salute.
- È alimentato da fattori economici, organizzativi, culturali, climatici e tecnologici.
- Si contrasta con policy di malattia eque, misurazione sistematica, gestione dei rischi psicosociali e microclimatici, e programmi di benessere con ROI documentato.
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